Riesplode, puntuale con l’arrivo delle belle giornate, il caso iprite.
La polvere chimica presente in alcune bombe rilasciate nel sud Adriatico alla fine della Seconda Guerra mondiale è tornata di attualità dopo che l'anno scorso di questi tempi molti pescatori rimasero ustionati a causa del presunto contatto con una sostanza non meglio identificata avvenuta in località spiaggia Prima Cala. Secondo il referto medico si sarebbe trattato di “un edema da ustione chimica di I-II grado”.
Tanto è bastò, insomma, per riaccendere la paura dell’iprite. “Non si può escludere che la lesione possa essere stata causata da una delle tante possibili sostanze tossiche che caricano le bombe chimiche”, ha sentenziò il movimento Liberatorio Politico che da anni si batte per fare luce su questi incidenti (un anno fa furono coinvolti altri pescatori con lesioni alle mani).
Tuttavia, non c’è una prova scientifica che finora abbia dimostrato la presenza in mare di sostanze così altamente tossiche. Che nel mare molfettese siano presenti da decenni alcuni ordigni a caricamento speciale (peraltro è in atto lo sminamento da parte dei reparti militari specializzati) è un fatto; che questi siano presenti in alcune zone così vicine alla costa o che un potenziale sversamento di iprite possa causare danni così localizzati è una tesi da verificare. Tanto più che tutte le analisi dell’Arpa condotte periodicamente in corrispondenza della costa molfettese mai hanno fornito dati preoccupanti in tal senso.
Ovviamente è passato un anno ma la risposta ai poveri pescatori che tutti i giorni solcano l' Adriatico, non è arrivata, loro continueranno a pescare, ad ustionarsi ed a ricorrere alle cure mediche, ma per i nostri politici è più facile dare la colpa alla tanto famigerata "alga tossica" piuttosto che spendere milioni di euro per cercare di scandagliare seriamente le nostre coste al fine di recuperare quei maledetti ordigni.
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